“Non ci si può più voltare dall’altra parte, bisogna fare qualcosa”: la vetrina della grande protesta

La NBA, negli ultimi 20 anni ha allargato i propri orizzonti, ormai globali. Questo ha reso gli atleti veri e propri esempi, sia dentro il rettangolo di gioco, ma soprattutto fuori. Sviluppando il discorso in senso cronologico, sin dagli anni ’60 giocatori afro-americani del calibro di Bill Russell, dominatore di quel decennio con 7 titoli in 10 anni, sono sempre stati in prima linea nella difesa dei diritti e dell’uguaglianza delle persone.

Con l’arrivo di Lewis Alcindor nel 1969 (forse il nome Kareem Abdul-Jabbar vi dice qualcosa), la lega acquista, oltre ad un giocatore formidabile, anche un altro totem nella lotta contro le ingiustizie. Famosissimi diventeranno gli incontri tra Mohammad Ali e Kareem (entrambi convertiti all’Islam) su tematiche di ordine sociale e sulla guerra in Vietnam.


Con l’arrivo degli anni 80, la NBA trova nuova linfa con l’eterno dualismo tra Celtics e Lakers, riproposto in nuove salse: Earvin “Magic” Johnson contro Larry “Legend” Bird. In questa rivalità, intrisa di rispetto reciproco, non possiamo non ricordare le lotte intraprese da Magic Johnson contro l’HIV che aveva contratto nel 1991. In quegli anni, l’HIV terrorizzava il mondo,, perché non lo si conosceva e mieteva vittime con una costanza impressionante. Quello che la NBA ha fatto in quegli anni con l’uomo simbolo (prima dell’arrivo di un tale di nome Michael Jordan) ha acceso una speranza per tutti i malati del mondo.

Negli anni ’90 la NBA diventa iconica. Diventa una vera e propria religione, diventa “sport-bis”. Tutti i ragazzini andavano a giocare col polsino sull’avambraccio e con le scarpe del 23. Con questo successo planetario la NBA ha sviluppato politiche di aiuto sociale come la associazione “NBA Cares”.

Tutto questo preambolo è servito per introdurre un tema complicato e difficile, che accomuna la NBA e la NFL: le proteste contro il presidente Donald Trump. Tutto ha inizio nella National Football League, con la protesta di Colin Kaepernick iniziata nel 2016 e mirata a far luce sui numerosi casi di “incidenti” che avevano come protagonisti agenti della polizia e persone afro-americane. La protesta suscitò clamore e alzò un polverone non indifferente. Puntuale come un orologio svizzero arrivò la risposta dell’allora candidato repubblicano alla presidenza americana Donald Trump, sollecitando l’atleta dalla folta chioma afro a “cercarsi un paese migliore”. A poco a poco la protesta di Kaepernick si allarga e coinvolge anche altri suoi colleghi come il suo compagno di squadra Eric Reid e Jeremy Lane, cornerback dei Seattle Seahawks.

Con il passare del tempo la protesta valica i confini della NFL ed arriva in NBA. Atleti afro del calibro di Chris Paul, Lebron James, Dwayne Wade, Carmelo Anthony hanno appoggiato la protesta del quarterback. Importante è stato il discorso che proprio i quattro atleti sopra citati hanno fatto alla cerimonia degli ESPYS Awards del 2016. Discorso di una potenza, di una semplicità, di una profondità, di un senso civile paragonabile a quelli del grande Martin Luther King.

Il nuovo capitolo della protesta risale all’inizio della stagione corrente, con il classico Media-Day, giorno che le franchigie dedicano agli addetti ai lavori per presentare maglie, roster e tante altre cose. Bene, in un ambiente disteso e impaziente Steph Curry, il campione NBA in carica, lancia la bomba (non quella da dietro l’arco che vale 3 punti), ma una vera e propria bomba mediatica: “Io e i miei compagni non andremo a far visita al presidente Trump”. Senza troppi giri di parole Curry esterna il suo pensiero e inizia una “lotta mediatica” fatta di tweet, il campo di battaglia preferito da Donald Trump.

La risposta del Presidente non si fa attendere e, come ampiamente pronosticabile, Trump ci va giù molto pesante. Lebron James, rivale di Curry e dei suoi Warriors, decide di scendere in campo fianco a fianco col numero 30 della Baia, appoggiando e sostenendo la sia idea. Con “The King” anche altri giocatori nei giorni successivi esprimono la loro solidarietà e il loro appoggio nei confronti di Curry, atleti del calibro di Kyrie Irving, John Wall, Kemba Walker, JJ Redick. Fermo restando che la visita della squadra campione dei principali sport americani alla Casa Bianca è ormai consuetudine, in quanto appuntamento fisso dal 1865, non ci meraviglieremmo affatto se quest’anno la squadra campione NBA disertasse l’invito. Per usare una frase tanto cara a Lebron James: “Non ci si può più voltare dall’altra parte, bisogna fare qualcosa”.

Andrea Esposito

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