Grammy Awards 2018: si premia la qualità o il successo?

Si è svolta il 28 Gennaio la cerimonia della sessantesima edizione dei Grammy Awards, il celeberrimo “Oscar della musica”. Tante esibizioni di grandi star si sono susseguite nel corso della serata, intervallate dalle innumerevoli premiazioni per le varie categorie musicali rappresentate.

Quest’anno era Jay-Z l’artista ad aver ricevuto il maggior numero di candidature (ben 😎, nonostante un album passato leggermente sotto traccia rispetto ai suoi standard e apprezzato esclusivamente su suolo statunitense. Regina delle candidature era invece l’emergente cantante R&B/Soul americana 27enne Sza con 5 chances. Incredibile però che entrambi siano poi tornati a casa a bocca asciutta, non collezionando alcun grammofono.

A fare il botto quest’anno è invece l’hawaiano Bruno Mars, che colleziona ben 6 Grammy a fronte di altrettante candidature, peraltro nelle categorie più importanti ovvero:

– miglior registrazione con “24k Magic”
-miglior album per“24k Magic”
-miglior album R&B per “24k Magic”
-miglior canzone per “That’s what I like”
-miglior performance r&b per “That’s what I like”
-miglior canzone r&b con “That’s what I like”

Di certo non sono mancate le polemiche, peraltro condivisibili, riguardo ad alcuni dei premi assegnatigli: in particolare appaiono forzati i trionfi nelle categorie “miglior album” (dove avrebbero meritato maggiormente Kendrick Lamar e Lorde) e “canzone dell’anno” (derubata qui la perla di Logic e Alessia Cara). Nonostante ciò bisogna però riconoscere il grande successo che Bruno ha collezionato quest’anno in patria, proponendo un genere funk (a partire dalla famosissima “Uptown funk”) che mancava da un po’ nel panorama della musica globale.

A seguire nelle vittorie è invece l’acclamatissimo rapper Kendrick Lamar, che colleziona ben 5 premi, delle quali 4 nella categoria “rap” per l’appunto e uno per il “miglior videoclip” conquistato grazie all’iconica “Humble”.

Buonissimo bottino anche per il britannico Ed Sheeran, ormai idolo anche nel nostro Paese (il suo ultimo album Divide è stato il più venduto in Italia nel 2017), che conquista due grammofoni per “miglior album pop” con Divide e “miglior performance pop” con la superhit “Shape of you”. In questo caso le polemiche sono state davvero enormi, dato che i due premi sono apparsi assolutamente immeritati, ma donati ad Ed solo grazie al grande seguito di cui gode. Nella categoria “miglior performance pop” infatti figuravano anche “Praying” di Kesha, “Million reasons” di Lady Gaga e “What about us” di P!nk, canzoni di ben altro spessore e impatto qualitativo rispetto a “Shape of You”, mentre per “miglior album” concorrevano anche i bellissimi album di Kesha, Lady Gaga, Lana del Rey e, soprattutto, l’interessantissimo “Evolve” degli Imagine Dragons. E’ ancora da capire il criterio di valutazione utilizzato.

Da segnalare infine una vittoria che rende in parte orgogliosi anche noi italiani: si tratta della bravissima Alessia Cara, cantautrice canadese di chiarissime origini italiane (padre figlio di italiani, madre italiana), che porta a casa il grammy nella categoria “Miglior artista emergente”. Alessia era inoltre nominata quest’anno anche per il brano sopracitato in collaborazione col rapper Logic “1-800-273-8255”, nel quale compare pure nelle vesti di autrice del meraviglioso testo che affronta il delicato tema dell’omofobia.

In conclusione si può affermare che i Grammy si siano orientati quest’anno maggiormente verso il successo discografico delle proposte in competizione a discapito della qualità (emblematiche le assurde nomination ricevute da “Despacito”), scelta assolutamente non condivisibile. Se anche i Grammy si trasformano in una sorta di “Mtv Awards di lusso” che valore avranno questi premi d’ora in poi?

Marco Giangrande

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