Sua maestà, Thierry Henry

Qual è il primo ricordo che vi affiora pensando alla Francia? Napoleone Bonaparte, la presa della Bastiglia, Parigi e l’amore. Ma se cercate di entrare più in profondità non trovate nessuno? Se vi dicessi Les Ulis? Ancora niente. Paradossalmente per capire di chi stiamo parlando è più facile prendere un apparecchio e volare con la mente fino all’aeroporto di Londra. Facciamo il check out e ci dirigiamo verso il quartiere di Holloway, nel borgo di Islington. Il grigiore della capitale inglese assume lentamente sfumature bianche e rosse e possiamo riconoscere un centro sportivo. Sul muro fatto di mattoni si legge “Victoria Concordia Crescit”, il famoso motto presente sullo stemma del 1949. Ora torniamo indietro, riuscite collegare la Francia all’Inghilterra, più precisamente Les Ulis a Londra? Aggiungiamo un ultimo indizio, un piccolo dettaglio, una corona dorata. Lo scettro nascosto nel borsone, il sorriso stampato in volto, date il benvenuto a sua maestà Thierry Henry, The King of London.

 

Thierry Henry (cerchiato in rosso) ritratto in una foto di squadra durante la sua permanenza nell’INF Clairefontaine.

Una mente geniale, personificazione di un’eleganza intellettiva irraggiungibile, Thierry decide sin da piccolo lo sport che lo accompagnerà nel corso di tutta la sua vita. Tirare calci ad una sfera di cuoio nei borghi di Parigi lo rende particolarmente felice, più di ogni cosa. Inizia a giocare nella squadra della zona per poi indossare diverse maglie locali, tra cui spunta l’INF Clairefontaine, un’accademia specializzata nell’allevare i talenti di origine francese. Forse una scelta scontata, guidata dal destino. Il Re, alla tenera età di 15 anni, vola in direzione del Principato, dove le sue nobili qualità iniziano a sbocciare definitivamente. Ogni addetto ai lavori riconosce il talento presente in lui, ma nessuno riesce a liberare quelle reti che attanagliano le sue potenzialità. Si pensa ad un ragazzo mentalmente fragile, che non riesca a reggere la pressione e la lontananza da casa. Dopo un piccolo periodo di assestamento, però, il piede destro sembra essere incantevolmente cambiato, andando al passo con le carrozze del Principe di Monaco. Un ritmo ben scandito e una ritrovata costanza che gli permettono di esordire tra i grandi a soli 17 anni. Lo spettacolo della Ligue1 ha un nuovo attore, che non sarà mai protagonista. Bastano 5 anni, 120 presenze e 20 gol e Thierry si dirige verso l’aeroporto di Parigi. Low-cost direzione Torino.

 

L’esultanza di Henry e Trezeguet con la maglia del Monaco. I due vestiranno entrambi la casacca bianconera senza mai giocare assieme. 

Giocherà nella Juventus. Pensando di aver raggiunto il picco massimo della sua carriera, calpesta per la prima volta il terreno di Vinovo. Ad accoglierlo Marcello Lippi, storico più per l’impresa in nazionale che nella valorizzazione dei giovani talenti. Un piccolo difetto incolmabile, che tutti concepiscono, ma nessuno riesce a risolvere. Col senno di poi è il maestro Ancelotti ad assumersi le colpe. Subentrato nella stagione 1998-1999 al sopracitato tecnico toscano, “Carletto” ammette i suoi sbagli, creando del rammarico che bolle ancora dentro il petto di ogni tifoso bianconero.

Su Henry, invece, ho preso una cantonata: lo consideravo un giocatore di fascia, non mi sono accorto che era invece un fortissimo centravanti. [Carlo Ancelotti]

La sua esperienza in sella alla zebra dura solamente un anno solare, poco per far innamorare gli appassionati. Quel ragazzo che corre sulla fascia, a volte addirittura come fluidificante nei 5 di centrocampo, non rapisce i cuori romantici italiani. Non sono sufficienti i suoi 3 gol in 16 apparizioni.

 

Marcello Lippi discute con Thierry Henry durante uno dei diversi momenti di incomprensione tra i due.

Chi se non un connazionale? Chi se non il genio del calcio di quell’epoca? Chi se non uno che capisce le difficoltà dei giovani calciatori meglio dei malumori personali? Welcome Thierry! Un accento francese, una faccia rigida e i capelli sale e pepe. Londra. Arsenal, finalmente. Un innamoramento ancora inconsapevole, eppure Henry decide di affidare il proprio talento alle magiche mani di Arsene Wenger. Come un fiore esposto alla luce solare, il giovane decide di sbocciare. Sarà il clima londinese o il concime datogli dal tecnico, ma Henry sembra totalmente un’altra persona. Il cuore batte per i Gunners, Highbury diventa la sua casa e i tifosi biancorossi si trasformano nella sua seconda famiglia. Vedere sfrecciare quel numero 14 rende il calcio più leggero, consapevole che da un momento all’altro il genio possa decidere di uscire e inventare qualcosa. Prima punta, questo è il suo ruolo. Precedentemente in coppia con Dennis Bergkamp, altro talento incompreso nel nostro paese, e poi come unico centroavanti nel 4-5-1 proposto da Wenger. In grado di fare reparto da solo, di risolvere le situazioni più complicate. Protagonista assoluto del picco massimo della storia dell’Arsenal, attore principale nelle sfide contro il Chelsea per spartirsi l’egemonia sulla capitale e su tutto il paese. 254 presenze e 174 gol, Titi decide che il suo compito nel Regno è finito, scegliendo così di accasarsi a Barcellona, madrepatria del gioco ad un tocco.

 

L’approdo a Londra, dove ad accoglierlo trova il mentore Arsene Wenger

Balugrana. Nei meccanismi di Rijkaard si incastra alla perfezione, lubrificante tra pezzi pregiati come Eto’o e Ronaldinho. In panchina un giovanotto di nome Lionel, che anni dopo rivela come il francese sia stato una sua guida per poter poi diventare il migliore di sempre. Poco da aggiungere, Thierry entra a far parte di una delle formazioni più forti mai esistite, mettendo tutti d’accordo sul suo inconfondibile talento. La magia, però, dura solo 3 anni, dove non riesce ad incidere come ai tempi di Londra. Fare meglio è impossibile. Nel 2010 la natura decide di inclinare il suo percorso calcistico spedendolo negli Stati Uniti, a New York per la precisione. Un’esperienza formativa per un ragazzo che non smette mai di imparare. Formativa sotto l’aspetto personale, più che calcistico.

Però si sa, prima o poi tutti tornano nel luogo dove sono stati meglio. Gli emisferi permettono che il campionato americano abbia un calendario diverso da quello inglese. Il Re decide di tornare, per l’ultima volta, per un ultimo saluto. Il palazzo reale è cambiato, si gioca all’Emirates Stadium, ma i suoi amici sono quelli di sempre, così come il suo mentore. I capelli completamente bianchi e le rughe sul volto ne evidenziano il sorriso. I soliti 32 denti, quelli di 5 anni prima. La leggenda è tornata per un ultimo cenno, per farsi ricordare per sempre. Quel gelido Gennaio. Freddo, freddissimo, ma improvvisamente così caldo e accogliente. La città è più viva del solito, la pioggia londinese non impedisce ai sudditi di riempire il nuovo castello dei cannonieri. All’improvviso si alza dalla panchina, i suoi non riescono a sbrogliare la matassa Leeds, c’è bisogno del Re. Un breve riscaldamento ed ecco che ritorna per davvero, sulle spalle ha la 12, ma poco importa. 20 minuti per far tornare tutto alla normalità, gliene basta 1. Un’azione, un diagonale, un boato, un pallone in fondo al sacco. Poi un giro del campo, per farsi ricordare e poter abdicare senza nessun rimpianto.

 

 

Un pezzo di storia del calcio. Un attaccante che sfiora la perfezione. Tocco di palla eccezionale, forza fisica e senso del gol. Con quel destro riesce a creare di tutto e a mettere in difficoltà chiunque provi a fermarlo. Uno contro uno, per il difensore uno contro 15, sì, perché Titi riesce a muovere le gambe in sincronia con il pallone ad una velocità umanamente inconcepibile. Nella sua carriera vince di tutto, nel Regno, in Spagna e in Europa, sia con la maglia blaugrana che con quella della nazionale.

 

La maglia di Henry che con un colpo di genio mette in luce tutto il suo talento, silurando il connazionale Fabien Barthez, all’epoca estremo difensore del Manchester United

Le cabine telefoniche, le cerimonie reali, i bus a due piani, il the pomeridiano, il Big Ben. Tutta l’essenza di una città, della capitale d’Inghilterra. Eppure quando si percorrono le strade, quando si guardano le opere architettoniche, tutto ha un’accezione così romantica, dipinta di 3 colori, così francese. Il ricordo è vivido, la riconoscenza è forte. Tra le vie echeggiano forti le urla dei sudditi, aspettando ancora una volta il suo ritorno, il ritorno di Thierry Henry, The King of London.

 

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