L’Italia raccontata attraverso le canzoni, i film e le parole di Ligabue

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. (“La luna e i falò”, Cesare Pavese)

Se c’è una parola che riesce a sintetizzare al meglio l’intera produzione artistica di Luciano Ligabue – tra film, libri e, ovviamente, canzoni -, quella è senza dubbio “realismo”. Nessuna retorica, nessuna necessità di proteggersi le spalle con un mantello ideologico simile a quello dei supereroi, nessuna finzione: Ligabue ti racconta il mondo. Anzi, il suo mondo, così come lo vede, così com’è. E lo fa in modo tale da metterti subito davanti alla realtà. È stato così con “Made in Italy”, nato come concept album e diventato un film – qui tutte le interviste a Liga e cast-, è stato così con i predecessori “Radiofreccia” e “Da zero a dieci”, è stato ed è così con poesie, romanzi e canzoni. Tra strade troppo strette e diritte per chi vuol cambiar rotta, oppure semplicemente sdraiarsi un po’; magie per cui vale la pena vivere, certe notti e amori che contano, ciò che emerge è l’autenticità del suo racconto. Ed è proprio grazie a questa autenticità che il suo pubblico, raccontato al meglio da Emanuela Papini in un bellissimo libro intitolato “Generazione Liga”, riesce a identificarsi nelle sfumature dei vari personaggi. Che sia Riko, Veleno, Walter il Mago, Kay, la bambolina che diventa barracuda o chiunque altro. Una verità che parte dalle storie raccontate e arriva fino al linguaggio utilizzato: Ligabue è diretto, vicino al cuore di chi ascolta, senza mai una parola forzata, capace quasi di instaurare un dialogo diretto con chi è giù dal palco a fare il pieno di emozioni. E proprio su questo dialogo si fonda “InFelicità#34″, scritto da Pamela Mele, e che tratta un tema delicato come il disturbo alimentare attraverso un dialogo con Luciano.

“I film che ho fatto parlano di realtà che conosco benissimo, il libro che ho fatto è praticamente autobiografico, le canzoni che ho fatto raccontano realtà che conosco benissimo. Credo che mentre negli anni 60 la musica aveva ancora la possibilità di produrre cambiamenti sociali, adesso fa molta più fatica. Adesso ha altre funzioni, che sono un po’ difficili da indovinare. Fra queste c’è sicuramente il fatto di comunicare un mondo e per quanto possibile farti star bene, farti ballare oppure farti fare una riflessione o commuoverti o produrti una sensazione di fastidio. Però le funzioni più o meno sono quelle lì, è difficile ragionare in termini grandi. Tu racconti le tue cose. E uno pensa: “Chi cazzo se ne frega delle storie del bar Mario, delle storie di Ligabue?”. Ed è giustificabilissimo, legittimo. Io sono partito a raccontare la realtà che conosco, Reggio Emilia, per arrivare a Correggio, per arrivare al mio condominio, per arrivare al mio appartamento, per arrivare finalmente a parlare di me. Mi sa che lì ci sono già arrivato, perché comunque Miss Mondo e Fuori come va? raccontavano soprattutto di cazzi miei” (Da “Rolling Stone”, 10 gennaio 2004)

Da qui abbiamo scelto sette canzoni – non proprio un numero a caso -, pubblicate tutte prima di “Made in Italy”, che evidenziano il rapporto tra Luciano, l’Italia e il suo modo di raccontarla.

Bar Mario (da Ligabue, 1990)

Il buio arriva, ma non è troppo spietato, e da Mario inizia un gran bel traffico di anime, personaggi più o meno particolari. Ognuno con la propria vita da raccontare, vera o esagerata che sia. Storie vissute, viste, oppure semplicemente ascoltate. “Bar Mario”, luogo ideale che ha dato anche il nome al fan club ufficiale della rockstar correggese, è il quadro che al meglio rappresenta la produzione artistica del primissimo Luciano Ligabue. Un suono profondamente rock, in cui lo scenario metropolitano cede spazio a un bar della Bassa. E alle anime che vi transitano, ovviamente.

Piccola città eterna (da “Sopravvissuti e sopravviventi”, 1993)

Il legame tra Luciano Ligabue e la sua terra d’origine è indissolubile. Per quanto possa, ovviamente, essere identificata con Correggio, la piccola città eterna fa un po’ il ruolo del bar Mario. È qui che Regina ha quattro amanti e due o tremila nomi, che Walter il Mago compie la magia più grossa tra le mura di casa sua. È qui, probabilmente, che Veleno deciderà a chi farla finita, ma nel frattempo, per un’altra sera, si siede sul divano mentre a pochi passi da lui la sua compagna si diverte con l’amante. È un luogo dell’anima, in cui ognuno può identificare la propria casa, la propria terra d’origine, i personaggi che la popolano. Ligabue raccoglie le storie comuni e le racconta a modo suo.

A che ora è la fine del mondo? (da “A che ora è la fine del mondo?”, 1994)

Quanto può influenzare la televisione il risultato di scelte politiche ed elezioni? Poco, provano a dire dall’alto. I risultati, però, smentiscono in maniera anche piuttosto evidente. La TV, nel 1994, ha contribuito a mettere su un partito che, in pochi mesi, è diventato il partito di maggioranza d’Italia. E “A che ora è la fine del mondo?” è anche una delle poche analisi politiche dirette scritte da Ligabue. Immaginiamo di essere giunti al momento della fine del mondo: in quanti si lascerebbero andare per vivere al meglio gli ultimi istanti e quanti, invece, guarderebbero la diretta a reti unificate? La risposta potrebbe essere più inquietante di quanto sembra. È una canzone che nasce da un’urgenza di comunicare qualcosa, con un testo scritto di getto sulla base di “It’s the end of the world as you know it (and I feel well)”, a pochi mesi dallo scioglimento dei Clan Destino.

Buonanotte all’Italia (da “Primo tempo”, 2007)

Di carezza in carezza, di certezza in stupore, tutta questa bellezza senza navigatore“. Un omaggio all’Italia, bellezza che abbonda, certo, ma anche “una nave senza nocchiero“, come la definì Dante. Un’Italia “con gli sfregi nel cuore e le flebo attaccate da chi ha tutto il potere“, sospesa tra “un domani che arriva ma che sembra in apnea, ed i segni di ieri che non vanno più via“. Buonanotte all’Italia, che si fa o si muore. O si passa la notte a volersela fare.

Per sempre (da “Mondovisione”, 2013)

Mia madre che prepara la cena cantando Sanremo, carezza la testa a mio padre e gli dice vedrai che ce la faremo”. Ci sono delle scene di vita quotidiana che resteranno per sempre piantate lì, eternamente. L’idea di una famiglia che resta unita e felice nonostante tutto, nel pieno esempio ricevuto da mamma Rina e papà Giuanìn, a cui si aggiunge “Lei che dice quanto mi ama, e io che mi fido“. E l’idea di restare uniti sarà anche una delle colonne portanti di “Made in Italy”.

I campi in Aprile (da “Giro del mondo”, 2015)

“È una canzone che ho scritto qualche tempo fa. Un giorno stavo passeggiando per Correggio e ho visto in un cippo – che sono targhe alla memoria di gente deceduta per la nostra libertà – un nome: Luciano Tondelli. Come qualcuno di voi saprà, Tondelli è stato uno scrittore molto importante negli anni ’80. Era di Correggio e, anche per questo motivo, è stato parto particolarmente importante per me. Quindi ho visto questa strana coincidenza. Mi soffermo e vedo di fianco la data di nascita e di morte. È morto, a meno di vent’anni, a dieci giorni dalla Liberazione, il 15 aprile 1945. Allora mi è venuta voglia di scrivere una canzone che provasse a raccontare il suo punto di vista, quello di un ragazzo che fa una scelta chiara: quella di metterci tutto sé stesso, anche la propria vita vita, pur di difendere la libertà di cui godiamo oggi”, racconta Ligabue in un video pubblicato durante la tournée nei palazzetti del 2015.

E sul rapporto tra Ligabue, la resistenza e la Liberazione, vi rimandiamo a questo passo estratto da un’intervista pubblicata su “Il Corriere della Sera” il 14 novembre 1997:

“In prima ragioneria, durante l’appello, il professore d’italiano, arrivato al mio nome, chiese: “Ligabue? Nipote di Marcello?” Si’, feci io. “Lo sai chi era tuo nonno, vero? Una figura importante della Resistenza”. Io feci cenno di si’, ma dentro di me annaspavo. Quella storia non la sapevo proprio. Decisi d’informarmi”. E in breve, ecco emergere da racconti di parenti e amici un nonno diverso, capace di azioni e slanci poco comuni. “Se non e’ stato un partigiano nel senso che non ha imbracciato il fucile, e’ stato un vero “resistente”, pronto a farsi picchiare e torturare pur di non cedere, di non aderire alle idee dei fascisti”. Per poi proseguire: “Quell’alto prezzo pagato senza clamore mi ha fatto meglio intendere la sua storia di uomo perbene, capace di un rigore morale che, nonostante i sei figli da mantenere, metteva in pratica in tutto”

Non ho che te (da “Giro del mondo”, 2015)

L’inferno è solamente una questione di calore, com’è che sento il freddo nelle ossa? Che cosa te ne fai di un uomo che non ha un lavoro, di tutti quei vorrei, però non posso?
Il protagonista è un uomo che perde il proprio lavoro. E, diciamocelo, perde anche un bel pezzo della propria identità. È una canzone nata quando Luciano era in procinto di chiudere “Mondovisione”. Nello studio dei Foo Fighters a Los Angeles, a poche ore dallo show al “Whisky a go go”, nel luogo in cui i Nirvana hanno inciso “Nevermind”, inizia a prendere forma Riko, il protagonista dell’intero “Made in Italy”. E con Riko a prendere voce sono le persone per bene che lottano per restare tali. Potrà anche essere un argomento “poco cool”, ma non per questo non merita di essere raccontato.

Vogliamo concludere il nostro viaggio con due citazioni, tratte proprio dall’ultimo film che porta la firma del rocker di Correggio. La prima frase che abbiamo scelto è pronunciata da Carnevale: “Ascolta: cambia città, lavoro, famiglia. Ma soprattutto, per favore, cambia te, invece di aspettare i cambiamenti”. La seconda, invece, appartiene a Riko, ed è: “qualche cosa va fatto”. Freddo, diretto, deciso. Soltanto “cambiando” potrà realmente spuntare un’altra realtà. Bisogna crederci.

Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards.
Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa che vuole l’affitto ogni primo del mese.
Credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi.
Credo che un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa.
Credo che non sia tutto qua, però prima di credere in qualcos’altro bisogna fare i conti con quello che c’è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio.
Credo che se mai avrò una famiglia sarà dura tirare avanti con trecento mila al mese, però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose.
Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n’ roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.
Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx.
Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.
Credo che per credere, certi momenti ti serve molta energia. Ecco, allora vedete un po’ di ricaricare le vostre scorte con questo…”

Corrado Parlati

Corrado Parlati

Classe '95, studente di Medicina presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, giornalista per passione. Ho detto cose che potevo non dire, fatto cose che potevo non fare, visto gente che ha voluto vedere, tutto sempre con la stessa scusa: quella del rock 'n' roll.

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